Ciclismo - Preparazione al Ciclismo





Fratture e lussazioni
di Stefano Calia

In questa parte tratteremo le lesioni dell’apparato osteoarticolare che, insieme alle ferite, sono probabilmente le più frequenti lesioni di chi va in MTB. Le fratture del cranio e della colonna vertebrale saranno trattate a parte per le loro peculiarità.

Riconosciamo anzitutto le fratture dalle lussazioni o slogature: nella frattura si ha una soluzione di continuo dell’osso, mentre la lussazione è la perdita di contatto tra le superfici che formano un’articolazione. Spesso questi due tipi di lesioni coesistono, complicando ulteriormente il quadro.

Di solito è difficile distinguere una frattura in prossimità di un’articolazione da un lussazione dell’articolazione stessa in mancanza di un apparecchio radiografico: visto che tali apparecchiature sono un tantino pesanti dovremo rassegnarci ad usare il caro vecchio buon senso, e non potendo distinguere "sul campo" i due tipi di lesione le tratteremo nello stesso modo.

Il sintomo principale delle lesioni osteoarticolari è, come ben sa chi ne è stato vittima, il dolore: di norma piuttosto intenso e localizzato alla sede della lesione.

Altro sintomo importante è l’impotenza funzionale: un arto fratturato o con una lussazione può essere mosso a stento e comunque non è più idoneo a svolgere le sue normali funzioni.

Nei casi più gravi si avrà una grossolana deformazione del segmento interessato per l’angolatura che assumono le ossa interessate, tuttavia l’assenza di deformazione non esclude assolutamente una lesione osteoarticolare, soprattutto in presenza di dolore ed impotenza funzionale.

Si dicono "composte" le fratture i cui frammenti restano in posizione molto simile a quella naturale, mentre sono "scomposte" le fratture i cui margini si allontanano in modo significativo.

Nel primo caso la lesione si sospetta solo sulla base dei sintomi: l’arto deve essere immobilizzato seguendo le regole che daremo in seguito.

Nel secondo caso lo spostamento dei monconi ossei può dare qualche problema in più: i margini di una frattura sono di norma frastagliati e taglienti e possono ledere strutture delicate ed importanti quali tronchi vascolari o nervosi. Si può arrivare alla fuoriuscita dell’osso attraverso una lacerazione dei tessuti superficiali (frattura esposta).

In nessun caso una frattura deve essere mossa con tentativi di ricomposizione: le manovre di riduzione delle fratture richiedono un’esperienza particolare e devono essere effettuate da personale specializzato.

Vediamo ora come comportarci.

Per prima cosa esaminate il paziente per accertare le sue condizioni: se si muove spontaneamente lasciatelo fare e limitatevi aiutarlo per evitare che cada ancora, eventualmente invitatelo a restare seduto per qualche minuto, visto che le brutte cadute a volte provocano abbassamento di pressione del sangue (reazione tipo shock). Se a questo punto avete il sospetto di una frattura esaminate la sede della lesione, scoprendola se è possibile ma senza insistere troppo: meglio non spostare i monconi di frattura.

Iniziamo dalle fratture esposte.

La sporgenza di monconi ossei non è sempre evidente, a volte inoltre i frammenti possono rientrare nella ferita dopo averla provocata: in generale conviene considerare frattura esposta qualsiasi frattura localizzata in prossimità di una ferita lacera: anzitutto è necessario proteggere la ferita dalla contaminazione batterica, la copriremo quindi con un tampone di garza imbevuto di disinfettante allo iodio, senza versarlo direttamente sulla ferita (non dobbiamo torturare il paziente, basta aiutarlo), fissandolo con qualche giro di tensoplast. Naturalmente la presenza di un’emorragia dovrà essere valutata come abbiamo visto in capitoli precedenti.

Una volta sistemata l’eventuale ferita si procede all’immobilizzazione: questa fase è molto importante, perché una buona immobilizzazione consente una migliore guarigione della lesione.

Dovremo procurarci dei rami di dimensioni adeguate: se la frattura o lussazione non è molto scomposta si procederà a legare con il tensoplast qualche ramo intorno alla sede della lesione. Nel far questo ricordate che i rami devono essere abbastanza lunghi da superare le articolazioni a monte e a valle della lesione: per esempio una frattura o lussazione di un ginocchio deve essere immobilizzata con rami che vanno dal piede al fianco del paziente, ed anche qui devono essere fissati con il tensoplast o altro bendaggio adeguato. Il procedimento è macchinoso, ma consente un’ottima immobilizzazione anche nel caso si debba trasportare il paziente.

Se la frattura è molto scomposta, con o senza esposizione dei frammenti ossei, ma con formazione di un’angolatura patologica, dovremo immobilizzarla come si trova, senza cercare di ridurre la deformazione: per far questo occorre molto lavoro e molta fantasia e non si possono dare regole in quanto ogni frattura è diversa dalle altre. La cosa migliore sarebbe di trovare un’asse abbastanza grande da sostenere tutti i segmenti interessati contemporaneamente, al limite si può usare una ruota anteriore di una bicicletta.

Le lussazioni andrebbero ridotte al più presto, ma eseguire le necessarie manovre senza un’adeguata preparazione espone al rischio di provocare fratture, per cui il mio consiglio è di limitarsi ad immobilizzare l’arto come detto sopra.

Un volta stabilizzata la frattura controllate i polsi arteriosi valle per accertarvi che non vi siano lesioni più gravi che impongano un trasporto urgente: se qualche arteria non risulta percepibile a valle di una frattura è meglio procedere ad un trasporto urgente, anche con elicottero.

Ovviamente il maggiore problema nel caso di lussazione o frattura è il trasporto del paziente: mai come in questi casi vi servirà il telefonino (se riceve). Se non potete comunicare per telefono, conviene che qualcuno vada a chiamare aiuto e qualcuno resti con il ferito. Nei casi meno gravi si può usare la bicicletta, manovrata a mano, per il trasporto in un’area più favorevole.

Parlando di fratture viene spontaneo un consiglio: se il sentiero diventa pericoloso, meglio scendere e spingere.

di Stefano Calia

Tratto da MTB Journal da MTB NET ITALIA

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